“ Tra architettura ed ecologia: l'arte che preserva l'ambiente. Intervista a Edoardo Milesi ”

Redazione di Educaweb.it
19/08/2016

Nasce a Bergamo nel 1954 e dedica la sua vita allo studio dell'Architettura e del Design.
Laureato con Franca Helg (la cosiddetta "gran dama dell'architettura"), è esperto in materia di tutela paesistico-ambientale.
Potremmo elencare infiniti titoli presenti nella sua bibliografia o enumerare premi e riconoscimenti ottenuti durante la sua lunga carriera. Ma è sufficiente affermare che, se si parla di Bioarchitettura in Italia, non si può non fare il suo nome: Edoardo Milesi.
Per Educaweb.it è un vero onore poter intervistare un alto esponente dell'Architettura italiana. 
La sua carriera è stata un susseguirsi di successi, ma partiamo dal principio: ci racconti come si è formato e in che modo il suo percorso accademico ha segnato la sua strada. Che percorso di studi consiglierebbe a un giovane che sogna di lavorare nell'ambito del Design e dell'Architettura?

Provengo da una famiglia di medici, mio padre, mia madre, molti zii, il nonno materno e anche il bisnonno sono stati medici. Il papà era noto per le sue immediate capacità diagnostiche ottenute anche attraverso l'osservazione dei comportamenti. Molto presto, vivendogli vicino, ho intuito che la passione per il tuo lavoro può condizionare ogni tua scelta di vita. Per questo avrei dovuto scegliere per me, prima che un mestiere, una dimensione in grado di avvolgermi senza limiti culturali né confini tecnici. Volevo prima di tutto scoprire il significato dell'arte. Capire quando un mestiere diventa arte. L'uomo diventa artista mantenendo sin da piccolo il suo pensiero libero. E poi tenendolo allenato continuamente attraverso una onestà intellettuale necessaria e inderogabile. Scelsi architettura per questo motivo. Coltivando da subito interessi per ogni tipo di arte senza pensare a una carriera.
La facoltà di architettura di Venezia, con la barricata del '68 ancora sull'ingresso principale me ne dava la possibilità. Il primo seminario parallelo a quello di tecnica e composizione, fu un corso di sitar a Ca' Foscari. La formazione tecnica, dell'architetto gli permette di modificare l'habitat dell'uomo e così l'ambiente degli esseri viventi, ma proprio per questo la sua sensibilità, la sua cultura, il suo interesse e quindi la sua formazione devono essere soprattutto umanistiche.
Non considero l'architetto qualcosa di superiore all'ingegnere o al geometra e questo perché sono mestieri totalmente diversi. Perché ci occupiamo di cose diverse, l'architetto si occupa dell'uomo, gli altri delle cose che lo circondano.

Negli ultimi anni il Design è diventato un argomento scottante ed è proprio uno dei temi affrontati presso la SPdA (Scuola Permanente dell'Abitare), che organizza corsi, workshop scuole estive ed eventi. Ci racconti questo progetto e la nuova metodologia di formazione proposta.

Lo scopo del nostro seminario residenziale è quello di proporre a giovani architetti una prospettiva sulla libera professione che le nostre università non riescono a mostrare. Un percorso che facciamo con antropologi, filosofi, storici, archeologi, psicologi, geografi liturgisti…… e architetti che hanno scelto di fare con la loro cultura anche cose diverse dalla professione del "progettista".
Nel 2013 il tema portante fu lo spazio e le sue capacità performative e da lì la responsabilità dell'architettura e degli architetti in grado di influenzare, incoraggiare, a volte costringere le persone a comportarsi in modo diverso sia mentalmente che fisicamente. Il tema dell'ecologia è stato trattato non solo nel processo edificatorio, dei materiali e delle tecniche costruttive, ma anche e soprattutto della struttura aggregativa, delle problematiche relazionali, sociali e morali.
Nel 2014 e nel 2015 abbiamo utilizzato la città mediterranea, la città informale, la città spontanea, gli slums, i barrios, le favelas, l'animismo che sta alla base della loro vita, come laboratorio di un'architettura in grado di percepire le nuove e diverse forme di urbanità condizionate da urbanistica, migrazioni e condivisione in rete. Ponendo l'accento sull'inarrestabile processo evolutivo nel quale le persone e non le cose sono il motore in grado di trasformare anche radicalmente il tessuto sociale ed economico e quindi di determinare la forma della città indipendentemente dalla politica e dal lavoro dell'architetto. Abbiamo parlato della debolezza della città normata capitalista e di quanto sia poco attendibile un'urbanistica tutta chiusa tra mappe, numeri e basata su statistiche e calcolo delle probabilità rispetto a quelle nate da un'arte collettiva. Quest'anno l'argomento è il mestiere dell'architetto. Come sempre la settimana passerà tra lezioni frontali, dibattiti, tavole rotonde e laboratori di progettazione nei quali esplorare la realizzazione fisica e sostenibile del sogno, dell'utopia attraverso la tecnica e la condivisione del progetto. E questo perché rendere concreta l'utopia è il vero mestiere dell'architetto.

Utopia concreta?

La capacità di interpretare le sensazioni e i desideri, spesso inconsci, e trasformarli in una proiezione (pro-jecto) anche visionaria è solo una parte del compito dell'architetto. Riuscire a entrare a farne parte e creare le condizioni perché il sogno si realizzi trasforma l'artista in architetto. L'artista può permettersi di fermare la sua attività nella proposta utopica, l'architetto deve renderla concreta mediante un processo condiviso affinché il suo committente se ne appropri definitivamente.
L'architetto rende concrete le utopie mediante la trasformazione degli spazi in luoghi di relazione; mediante la consapevolezza che lo spazio, la sua forma, i suoi materiali, la sua luce, i suoni che contiene e produce condizionano i nostri comportamenti; mediante l'uso della forma, del colore, dell'odore, della memoria che questi elementi lasciano dentro di noi. Il controllo di questi luoghi fisici e interiori sono gli strumenti dell'architettura, governarli ci dà potere e responsabilità. Proporre l'utopia per l'architetto è indicare un percorso auspicabile e pragmaticamente perseguibile.

E' questo il modo per recuperare i non luoghi delle nostre periferie ridando vita a quegli spazi di nessuno?

Come ho detto l'architetto crea luoghi di relazione, utilizza la forma per guidare comportamenti. Ricerca di cambiamento non consiste nell'adattare la forma alle mutate esigenze bensì nel riuscire a modificare i comportamenti attraverso un processo complesso e condiviso. Non attraverso modelli, ma modi. Nel nostro progetto ad Haiti abbiamo trasformato una domanda malata di case in cemento -che ha sepolto quasi 300.000 haitiani nel terremoto del 2010- in un recupero consapevole delle tradizioni costruttive locali in legno abbinate a tecniche innovative che hanno imparato e realizzano da soli, legando nuovamente il bisogno dell'abitare al clima, al sito, alla natura del luogo. Tutto questo sta portando alla riforestazione dell'isola in un unico grande progetto dove la vita dell'uomo, le sue esigenze, la sua economia non sono in contraddizione con quelle dell'ambiente. L'architettura genera soprattutto processi, la vera architettura non è solo un fatto materiale, non è solo costruire, anzi ha solo marginalmente a che vedere con l'edilizia. Gli architetti trasformano lo spazio in luogo di relazioni progettando strategie con le quali costruire identità, orgoglio, coesione, inclusione.

Nel suo sito www.archos.it racconta la storia del suo studio: nato nel 1979 e fin d'allora orientato alla costruzione ecologica, nel rispetto dell'ambiente. Quali sono le caratteristiche di un'architettura ecosostenibile? Qual è la situazione in Italia?

Il luogo, lo spazio, il paesaggio producono effetti sulle persone e luogo, spazio e paesaggio vengono modificati dall'azione delle persone mutando la propria influenza sull'individuo, sulla comunità, sulla cultura. Rendersene consapevoli significa aver cura del paesaggio inteso come habitat e come luogo dell'abitare, dove cura sta prima per sensibilizzazione e partecipazione a questo processo inarrestabile di trasformazione. La qualità dell'abitare e più in generale la qualità della vita sono strettamente connesse alla qualità del territorio circostante. Governare in modo colto e coinvolgente significa semplificare le norme scritte, allargare il dibattito, intervenire in modo diretto nei progetti, aumentare il controllo, incentivare gli interventi sostenibili, esemplificare quelli compatibili mediante un lavoro di ricerca e sperimentazione, promuovere azioni improntate all'ecologia. Ridare vita a porzioni di territorio mediante il recupero di diversità biologiche in via di estinzione, creare itinerari emozionali e per questo coinvolgenti. La tutela del territorio è attuabile solo mediante una condivisione di intenti e un uso appropriato del suolo, tra persone consapevoli del fatto che solo la cultura può creare elementi di civilizzazione. Il recupero ambientale passa dalla progettazione del paesaggio, da intendersi come strumento di riscatto sociale.
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Dalla collaborazione tra lei e un ottimo comitato scientifico, nel 2008, nasce anche la rivista ArtApp. Descritta come "dialogo internazionale tra culture", offre la possibilità ai giovani di inviare idee, articoli e progetti. Come nasce un numero ArtApp?

Tutti i tentativi di trasformare l'architettura in una serie di regole normative del gusto architettonico hanno soprattutto portato alla rinuncia da parte dei progettisti all'impegno culturale e artistico, allontanandoli dalla problematicità del fare architettonico che implica la responsabilità di scelte e giudizi inevitabilmente di carattere soggettivo e individuale.
Dal desiderio di rimettere l'architetto al centro della cultura nasce ArtApp che non è una rivista di architettura, ma di cultura a 360°. I numeri sono monotematici. Con largo anticipo scrivo un editoriale in grado di coinvolgere e provocare dibattito e così il tema scelto viene declinato da  intellettuali, critici, scrittori, storici e artisti in modo narrativo. I contributi, tutti inediti, vengono scelti da una redazione internazionale e completati da una ricerca iconografica dai grafici del mio studio.
ArtApp crede nell'arte come mezzo di crescita, mai dogmatico, mai definitivo: "la stupidità – diceva Flaubert – consiste nel voler concludere". Crede nell'arte razionale e in quella che sta nel mondo del sogno, intendendo per sogno la sintesi delle sensazioni mediate dalla cultura e dalla sensibilità personale. Crede nell'arte come mezzo di comunicazione tra le culture, arte in tutte le sue forme, arte come sistema garante della democrazia e dell'equità sociale.

Sta lavorando a qualche nuovo progetto?

L'architettura è la testimone del tempo, l'architetto lavora nella sua contemporaneità guardando al futuro, ma per imparare deve studiare la storia. Ci stiamo occupando di due siti archeologici, della loro copertura e della loro valorizzazione. Lavorando a stretto contatto con gli archeologi scopriamo che abitare l'architettura qualche migliaio di anni fa non era poi così diverso dal nostro mondo. Per noi questo è un momento speciale perché abbiamo il privilegio di occuparci di alcuni dei più fantastici testimoni della storia dell'uomo: il Santuario della Madonna del Calcinaio di Francesco di Giorgio Martini a Cortona un capolavoro del Rinascimento, l'abbazia di Sant'Antimo, una delle architetture più importanti del romanico toscano e il monastero del 1100 di Sant'Agostino a Montalcino. Ridare vita a questi giganti significa prima di tutto ascoltarli, non recuperare solo dei muri, ma la cultura che al loro interno pulsava.

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