“ La relazione con l'animale e la pet therapy: intervista a Tomas Pirani ”

Ricercatore e formatore secondo l'approccio della zooantropologia assistenziale.
20/12/2016

Tomas Pirani è educatore e istruttore cinofilo, con specializzazione in pet therapy secondo l'approccio della zooantropologia assistenziale. Si occupa di ricerca, divulgazione e formazione presso la Siua (Scuola interazione uomo animale) ed è docente in molti corsi in tutta Italia.

È una persona vulcanica, sempre in movimento, sguardo sincero e pulito, e sempre in compagnia di almeno un cane. L'ultimo entrato in famiglia è il GGG, il Grande Gigante Gentile, un cagnone enorme con occhi buoni e gentili che appena entrato in casa ha fatto esclamare ai bambini: ma è il GGG! E non ha più accettato altri tentativi di chiamarlo diversamente.

Buongiorno Tomas, ci racconti che cos'è la zooantropologia? È un parolone che si ritrova ormai spesso quando si parla di lavoro con gli animali. E cosa può fare la pet therapy secondo questo approccio?

La zooantropologia è la disciplina che studia la relazione tra essere umano e animale, nasce da diversi studi e segue un approccio cognitivo e antropologico; parla dell'incontro tra le parti che avviene e che va a far scaturire una dimensione, affettiva, ludica, sociale.

Una prima discriminazione è capire cos'è la pet therapy in funzione dell'approccio che hai con l'animale. Se hai un approccio comportamentalista, l'animale non è portatore della propria tipicità, non è libero di scegliere, di crearsi le relazioni come meglio crede. In questo caso, i benefici che possono venire dalla relazione sono legati alla semplice presenza dell'animale con la possibilità di contatto: c'è un principio meccanico, replicabile, c'è il fascino estetico dell'animale, però non si parla in questo approccio di quello che è la relazione. Per esempio il cavalcare il cavallo di per sé può rientrare in questo approccio.

Se invece consideri l'animale nella sua individualità, vai ad aprire una relazione – sociale, ludica, cognitiva – ovvero degli ambiti di intervento veri e propri che sono gli strumenti per fare terapia.

Le indicazioni che hai poi ti orientano e ti fanno decidere in quali dimensioni andare a lavorare. Per esempio, con un ragazzino con deficit di attenzione, non si lavorerà in una dimensione ludica, ma si starà in una dimensione cognitiva. Perché se non dimensioni gli interventi in funzione dei bisogni e delle indicazioni che hai per lavorare con la persona, puoi anche far danni, il tuo lavoro non è neutrale rispetto all'obiettivo che poni. Le indicazioni arrivano dal team di lavoro: per fare pet therapy c'è sempre una squadra in cui sono coinvolte diverse figure professionali.

Quindi per fare pet therapy è necessario porsi degli obiettivi precisi, non semplicemente creare un generico benessere...

Certo. C'è una differenza enorme tra fare una generica attività con l'animale e mettere in piedi un programma terapeutico, in cui qualcosa deve cambiare nella qualità di vita della persona.
Per esempio, io conosco il mio cane e conosco le dimensioni di relazione che ho con il mio cane. Se lavoro senza questa consapevolezza, posso fare danni.
Alla Siua, facciamo una certificazione delle coppie che vanno a lavorare. Non esistono tuttologi. Certifichiamo su quali aree sei talentuoso e su quali puoi lavorare. Poi naturalmente, con l'esperienza, possono crescere gli ambiti in cui si può intervenire con efficacia.

In questi anni c'è una crescita esponenziale dell'offerta formativa legata al lavorare con gli animali. Che consiglio potresti dare a chi voglia trasformare la passione per gli animali in un'attività lavorativa?

Sì, è così, l'ambito del lavoro con gli animali ha avuto una grandissima diffusione con la crisi del lavoro e del posto fisso, sono aumentate tantissimo le iscrizioni ai corsi e c'è stato un boom anche dell'offerta di corsi. E lì si è visto questo: tante persone hanno un'idea generica del lavoro con gli animali, lo vedono come una possibilità di uscire dalle dinamiche del quotidiano per crearsi una sorta di mondo parallelo dove non aver a che fare con la routine, gli impegni, gli orari, ma soprattutto con le persone.

In realtà ogni lavoro che si riferisce all'ambito animale ha una controparte riferita al dialogo con la persona, con l'umano. Può essere un proprietario, o un fruitore della pet therapy. Anche l'educatore cinofilo in realtà è innanzitutto un consulente di relazione.

Ma anche avere a che fare con gli animali e farne un mestiere non è così semplice. La tipologia di corsi che sta riscuotendo un certo successo operativo è quella in cui ti parlano del comportamento animale e i contenuti si riescono a personalizzare in base alle proprie necessità. Facciamo un esempio: se fai un corso di educatore cinofilo e ti parlano di tecniche di addestramento, dopo il corso o fai l'addestratore e sfrutti quei contenuti perché fai proprio quell'attività lì, oppure è stato tempo perso.

Ci sono invece corsi che partono dall'etologia, dal farti conoscere il mondo della percezione e della comunicazione dell'animale. E questi li puoi personalizzare, che tu venga dal mondo della comunicazione, da un negozio per animali, dal mondo della danza o dell'animazione, puoi farne qualcosa.

Quindi starei attento ai corsi che vogliono venderti un profilo professionale specifico. Consiglierei dei corsi (parliamo di cani e gatti, gli ambiti molto gettonati in questo momento) che possano insegnarti non delle tecniche ma delle conoscenze più profonde. "Comportamento" e "stili di apprendimento" sono due voci che dobbiamo andare a cercare nel programma del corso.

C'è tanta richiesta comunque, anche dal mondo dei veterinari, di figure assistenziali. Un po' come anche la figura del dog sitter è molto gettonata. E non c'è una normativa di riferimento, quindi ci sono corsi un po' di tutti i tipi. D'altronde lasciare un cane con un altro è un po' come affidare un bambino. Devi fidarti, devi conoscere la persona. E questo prescinde da qualsiasi patentino o categoria professionale.

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