“ La professione del Facilitatore. Intervista al Dr. Pino de Sario, Formatore e specialista in facilitazione nelle organizzazioni ”

www.scuolafacilitatori.it/
18/09/2017

Il facilitatore è un esperto delle dinamiche sociali e relazionali in ambito familiare, lavorativo e sociale, che interviene qualora nelle organizzazioni ci siano momenti di impasse o di cambiamento.
Ne parliamo con il Dr. Pino De Sario, Psicologo dei gruppi, specialista in facilitazione e autore di oltre quindici libri.
 
Il Dr. Pino De Sario sviluppa da anni una prospettiva particolare, rivolta alle tematiche di gruppo e di cambiamento individuale e organizzativo. Le sue aree di interesse specifiche sono: lo sviluppo della Facilitazione nell'ambito delle organizzazioni e nel sociale, la dinamica di gruppo, le competenze sociali e l'integrazione di fattori emotivi e motivazionali indirizzati all'azione.
Per dieci anni ha insegnato "Strumenti di facilitazione nel conflitto" presso il Corso di Laurea in Scienze per la Pace all'Università di Pisa. Insegna inoltre presso numerosi Master universitari e nel 2007 ha fondato la "Scuola Facilitatori", presso la quale ricopre il ruolo di direttore scientifico.

Poiché da anni lavora nelle organizzazioni come formatore e come consulente sui temi delle abilità manageriali e delle competenze sociali, in questa intervista ci indicherà quali sono le caratteristiche della professione del facilitatore e le competenze necessarie per intraprendere questa carriera.
 
 
  1. In cosa consiste l'attività del facilitatore?
Il facilitatore è un agente di mediazione e di aiuto, ma può essere anche un tutor organizzativo che rende più agevole il lavoro di gruppo un po' in tutti i contesti sociali. È un professionista che si colloca affianco a coach e mentore, che agisce come "terzo" presso conflitti e situazioni complicate. Da quindici anni personalmente lo intendo anche come "funzione", ovvero, un sistema di competenze innovative che possono essere intercettate da capi, insegnanti, medici, urbanisti e project manager.
 
  1. Quali sono stati, se ci sono stati, i cambiamenti e gli sviluppi di questa professione negli anni?
È una professione recente, in Usa e in certe parti di Europa è già più affermata la figura e la funzione, in Italia si registrano avanzamenti solo negli ultimi 3-5 anni. Lo sviluppo saliente è che se incomincia a parlare. Al momento i facilitatori sono compresi nei sistemi regionali della sanità (non tutti), nell'autoaiuto, nella partecipazione dei cittadini.
 
  1. Oggi perché è così importante la figura del facilitatore?
A mio avviso per vari motivi. Il primo è che di fronte a tante complessità sociali e organizzative e avendo compreso che molti problemi si affrontano solo in maniera interdisciplinare ecco che necessitano dei "riduttori di complessità", ovvero metodi, tecnologie, ma anche saperi in carne e ossa che sappiano svolgere il lavoro di inclusione, dialogo e sintesi, che da soli gli attori pubblici e privati non sanno davvero mettere in campo.  È come se le scommesse (economiche, ambientali, europee, di convivenza sociale) fossero andate molto avanti e enti, organizzazioni e professionisti siano rimasti molto attardati, con riunioni ancora dove impera il ritualismo formale e la forma di parola del monologo. Un gap troppo vasto
La seconda ragione è che i fenomeni di criticità, conflitto e malessere si sono estesi e quindi occorrono anche agenti di aiuto, di ascolto, di mediazione adeguati, e questi sono i facilitatori.  Terzo, la complessità sociale, economica e ambientale richiede proprio una mente relazionale che si "incarna" almeno in parte se gli scambi diventano più rispettosi, più attenti e il senso dell'unire le vicende personali e quelle degli altri attori, diviene più forte e coerente, tra il dire e il fare.
 
  1. Quali sono le principali caratteristiche e competenze che deve avere un facilitatore?
Io con la mia Scuola e il mio Studio ne abbiamo individuate in particolare quattro: saper coordinare, saper coinvolgere, saper aiutare e saper attivare, quattro funzioni facilitatrici che emergono tuttavia da due assi concettuali, che sono rappresentati dal bisogno di produttività e organizzazione da una parte e dal concomitante bisogno di convivenza e relazione dall'altra. Non basta infatti essere solo produttivi, come non basta essere consultanti e partecipativi, le due funzioni, quella produttiva e quella partecipativa devono integrarsi e dialogare di più. Da loro scaturiscono quindi due capacità produttive (coordinare e attivare) e due capacità socio-relazionali (coinvolgere e aiutare). Le quattro vanno messe insieme e applicate ad ogni contento e riunione.
 
  1. Quale percorso di studi consiglia ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera?
Frequentare un corso di laurea in psicologia dei gruppi, o pedagogia, o anche dei servizi sociali e poi fare esperienze sul campo con un senior-coach che li aiuti a elaborare teoria e pratica. O anche seguendo corsi di approfondimento delle poche Scuole del settore, al momento esiste la mia Scuola Facilitatori (www.scuolafacilitatori.it/) con taglio più psicosociale e un'altra che tratta l'argomento sotto il profilo delle tecniche di animazione.
 
  1. Quali sono i principali sbocchi professionali del facilitatore?
È tutto in movimento e all'inizio, non mi sento di prospettare grandi cose. Ci sono margini di sviluppo certamente sì, ma ancora siamo in una fase interlocutoria, perché l'intero mercato delle professioni da come lo vedo io, è in grande trasformazione. Occorre vigilare!
 
 
 
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